# Un Business nel Business: l’illusione dell’acquacoltura e lo spettacolo della privazione a Golfo Aranci

> di Marylou Nesi 28 agosto 2026 Sotto la superficie luccicante del mare, lontano dagli sguardi dei consumatori, si consuma una delle crisi etiche e ambientali più sommerse della&hellip;

28.08.2026

 

*di Marylou Nesi*

28 agosto 2026

 

Sotto la superficie luccicante del mare, lontano dagli sguardi dei consumatori, si consuma una delle crisi etiche e ambientali più sommerse della nostra epoca: l’allevamento intensivo di pesci in mare aperto.

Per decenni, l’industria della pesca e della produzione alimentare ha presentato l’acquacoltura come la soluzione “sostenibile” all’impoverimento degli oceani e alla crescente domanda di prodotti ittici. La realtà, tuttavia, è molto più complessa e, in alcuni contesti, racconta una storia diametralmente opposta: un sistema che può amplificare la sofferenza animale, alterare gli ecosistemi marini locali e trasformare persino l’immagine della conservazione della natura in uno spettacolo a fini commerciali.

Per generazioni, l’essere umano ha considerato i pesci organismi privi di sensibilità e incapaci di provare dolore. La neurobiologia e l’etologia moderne hanno messo profondamente in discussione questo paradigma.*

La letteratura scientifica ha evidenziato nei pesci la presenza di sistemi nocicettivi e di risposte comportamentali e fisiologiche compatibili con esperienze di dolore, paura e stress. Anche alla luce delle più recenti riflessioni scientifiche sulla coscienza animale, non è più sostenibile liquidare questi animali come semplici organismi biologici privi di esperienza soggettiva.

Negli allevamenti intensivi offshore, le esigenze etologiche dei pesci vengono fortemente compromesse. Centinaia di migliaia di orate, spigole o salmoni possono essere concentrati all’interno di grandi gabbie galleggianti, costretti a vivere in spazi enormemente ridotti rispetto alla dimensione e alla complessità del loro ambiente naturale.

In queste strutture, l’elevata densità di animali può favorire stress, competizione, comportamenti anomali e lesioni fisiche, comprese abrasioni e danni alle pinne. A questo si aggiunge la fase finale della loro vita: a seconda delle pratiche adottate, i pesci possono essere sottoposti a metodi di abbattimento che non garantiscono una perdita di coscienza immediata, con il rischio di prolungare la sofferenza prima della morte.

 

**L’illusione di non depauperare il mare**

Anche l’idea secondo cui l’acquacoltura rappresenterebbe automaticamente una risposta al depauperamento degli oceani è fortemente fuorviante.

Specie carnivore o onnivore allevate commercialmente, come orate, spigole e salmoni, possono essere alimentate con mangimi che contengono farine e oli di pesce derivati dalla cattura di specie selvatiche. Una parte della produzione acquicola continua quindi a dipendere, direttamente o indirettamente, dalle risorse marine naturali, trasferendo la pressione dalla specie allevata ad altri anelli della catena alimentare.

A questo si aggiunge il problema degli scarichi organici. Le feci degli animali accumulate sotto le gabbie, insieme al mangime non consumato, possono determinare un significativo apporto locale di nutrienti, tra cui azoto e fosforo. In determinate condizioni, questo fenomeno può modificare la qualità dei fondali e dell’acqua, favorire la proliferazione algale e contribuire alla riduzione dell’ossigeno, alterando gli equilibri dell’ecosistema circostante.

L’elevata concentrazione di animali rende inoltre gli impianti un ambiente favorevole alla diffusione di patogeni e parassiti, creando problematiche sanitarie che possono richiedere interventi specifici, compreso l’impiego di farmaci e altre sostanze.

 

**Golfo Aranci: quando l’allevamento diventa attrazione turistica**

Per comprendere appieno la contraddizione di questo sistema, basta osservare il modo in cui l’acquacoltura può intrecciarsi con il turismo naturalistico.

L’esperienza vissuta nelle acque della Sardegna, tra Golfo Aranci, l’area di Capo Figari e l’Isola di Figarolo, rappresenta una sintesi emblematica di questo “business nel business”.

Acquistando un’escursione per l’avvistamento dei delfini, il turista si aspetta di entrare in contatto con la fauna selvatica nel suo ambiente naturale, assistendo a un’esperienza apparentemente spontanea e incontaminata.

La realtà, però, può essere molto più complessa.

I tursiopi selvatici frequentano stabilmente queste acque anche in relazione alla presenza degli allevamenti intensivi di orate e spigole situati nelle vicinanze della costa. La disponibilità di cibo associata agli impianti può infatti rappresentare un fattore di attrazione per i cetacei, che possono avvicinarsi alle gabbie per predare pesci fuoriusciti o sfruttare le risorse alimentari disperse nell’ambiente.

Non si tratta necessariamente di una semplice impressione di chi osserva il fenomeno dalla superficie. La presenza dei delfini in prossimità degli allevamenti e le problematiche connesse agli impianti di Golfo Aranci sono state oggetto di attenzione anche da parte della cronaca locale sarda, già da molti anni.

L’acquacoltura può quindi creare una fonte alimentare artificiale o alterare la disponibilità locale di risorse, modificando i comportamenti e la distribuzione degli animali selvatici. E quando questa presenza ricorrente diventa prevedibile, può trasformarsi a sua volta in un’opportunità commerciale per il turismo di osservazione dei cetacei.

Ed è qui che emerge il paradosso.

 

 

**Lo spettacolo della privazione**

Ciò che si presenta agli occhi dell’osservatore consapevole è surreale.

Da una parte, decine di motoscafi, barche e gommoni carichi di turisti ignari ed entusiasti: adulti e bambini che applaudono e si emozionano ogni volta che un delfino emerge dall’acqua.

Dall’altra, nello stesso istante e a pochi metri sotto la superficie, migliaia di pesci d’allevamento vivono concentrati all’interno di gabbie circolari galleggianti, privati della possibilità di esprimere gran parte dei loro comportamenti naturali e destinati alla macellazione.

Due realtà che convivono nello stesso tratto di mare, ma che il turista vede soltanto da una prospettiva.

La superficie mostra il delfino libero.

La profondità nasconde il pesce prigioniero.

E proprio questa separazione visiva rischia di trasformare una realtà ecologica complessa in una narrazione rassicurante: il mare come palcoscenico naturale, i delfini come protagonisti dello spettacolo e tutto ciò che accade sotto la superficie relegato nell’invisibilità.

Gli impianti di acquacoltura intensiva possono inoltre generare criticità ambientali locali, tra accumulo di materiale organico, alterazioni dei fondali, mortalità degli animali allevati e modificazioni della qualità dell’ambiente circostante.

In questo scenario, gli operatori turistici possono beneficiare della presenza ricorrente dei cetacei nelle vicinanze degli allevamenti, trasformando una situazione ecologica fortemente condizionata dall’attività umana in un’esperienza apparentemente incontaminata di “natura selvaggia”.

Il paradosso è evidente: **l’industria modifica l’ambiente, gli animali selvatici si adattano alla modificazione e, infine, quella stessa presenza viene trasformata in attrazione turistica.**

Un vero business nel business.

 

**Guardare sotto la superficie**

Come difensori degli oceani e della vita marina, non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla narrazione rassicurante che spesso accompagna l’acquacoltura intensiva.

Non esiste una reale etica della conservazione se la sofferenza degli animali viene semplicemente spostata fuori dal campo visivo del consumatore. E non possiamo parlare di rispetto della natura quando una condizione ambientale profondamente modificata dall'attività umana diventa il contesto per costruire un’attrazione turistica basata sulla presenza di fauna selvatica.

Gli oceani non sono fattorie da sfruttare né parchi acquatici a cielo aperto.

La protezione dei mari passa inevitabilmente attraverso una revisione profonda dei modelli di acquacoltura intensiva offshore, una maggiore tutela degli ecosistemi marini, il riconoscimento della senzienza dei pesci nei quadri normativi e la promozione di scelte alimentari capaci di ridurre la pressione sugli ecosistemi e la domanda di prodotti ittici.

È tempo di guardare sotto la superficie.

Di vedere ciò che il turismo non mostra.

Di raccontare ciò che l’industria preferisce lasciare invisibile.

E di restituire al mare ciò che gli appartiene davvero: **libertà, verità e giustizia.**

 

 

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###### *The New York Declaration on Animal Consciousness è una dichiarazione scientifica e filosofica presentata il 19 aprile 2024 presso la New York University (NYU). Il documento si inserisce nel percorso avviato dalla Cambridge Declaration on Consciousness del 2012 e riconosce una possibilità realistica di *The New York Declaration on Animal Consciousness è una dichiarazione scientifica e filosofica presentata il 19 aprile 2024 presso la New York University (NYU). Il documento si inserisce nel percorso avviato dalla Cambridge Declaration on Consciousness del 2012 e riconosce una possibilità realistica di esperienza cosciente in un’ampia gamma di animali, compresi i vertebrati come i pesci. La dichiarazione sottolinea inoltre l’importanza di considerare questa possibilità nelle decisioni che riguardano il trattamento e il benessere degli animali.

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###### Riferimenti e fonti:

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###### - Balcombe, J. (2018): Cosa pensano i pesci. Percezione, coscienza, consapevolezza. Ricca Editore.

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###### - La Nuova Sardegna: https://www.lanuovasardegna.it/regione/2011/10/12/news/allevamenti-a-rischio-nell-oasi-dei-delfini-scatta-l-emergenza-1.3558548#google_vignette

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###### - Essere Animali: Anche i pesci – Campagna sulla senzienza e il benessere dei pesci (https://www.essereanimali.org/ancheipesci/)

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###### - Essere Animali (2024): Indagine sugli allevamenti intensivi di pesce e l'insostenibilità dell'acquacoltura (https://www.essereanimali.org/2024/04/indagine-allevamento-pesci-insostenibile/)

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###### - Greenpeace Italia: La verità sugli allevamenti di pesce e l'impatto sugli ecosistemi marini (https://www.greenpeace.org/italy/storia/28244/allevamenti-di-pesce/)

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###### - Compassion in World Farming (CIWF Italia): Gli allevamenti intensivi dei pesci e la sofferenza animale (https://www.ciwf.it/animali/pesci/gli-allevamenti-intensivi-dei-pesci/)

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###### - Italia Che Cambia (2025): Golfo Aranci: nell'area protetta di Capo Figari turisti, kayak e migliaia di pesci morti (https://www.italiachecambia.org/2025/01/golfo-aranci-capo-figari-pesci/)

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